L’altra realtà

 “I know a place where dreams are born and time is never planned” recita un verso della canzone “Never neverland” di Todd Rundgren che Roberto Falconieri inserisce, dopo aver cambiato "planned" con "past", in una delle opere del ciclo presentato in questa esposizione. E questo è il tema della nostra storia.

Una borgata, Casal Bernocchi, frazione di Acilia, così lontana nello spazio e nel tempo si presenta agli occhi dello spettatore con immagini chiare su grandi tele in cui volumi architettonici di edilizia popolare, campi e orizzonti sconfinati si impongono come protagonisti assoluti della scena. Reperti di autobiografica memoria riacquistano la freschezza che il tempo aveva tolto loro e, uniti da un segreto destino comune, si lasciano osservare come fossero antenati di se stessi in bella mostra nella sala di un museo di scienze naturali. Figurine autoadesive di animali, ritagli di testi di vecchie canzoni, copertine di fumetti e carte stellari vengono sacrificati e ricomposti in collages per dare vita a quel mondo che è pianeta rosso: non si tratta di una rappresentazione quanto piuttosto di una rimaterializzazione. L’universo di pianeta rosso non esiste tra le vie o le distese dei campi o nei fossi di Casal Bernocchi, e non esiste di per sé nella mente dell’artista; pianeta rosso esiste nelle tele e nei collages che in questa esposizione vengono presentati. Le immagini sono urbane o rurali, immerse nel silenzio, in uno spazio reale e al tempo stesso metafisico, che comunica allo spettatore un forte senso di estraniamento del soggetto e dell'ambiente in cui è immerso, ottenuto grazie alla sapiente composizione geometrizzante della tela, al sofisticato gioco di luci, di volta in volta fredde, taglienti e volutamente "artificiali", ma anche calde e brillanti, e all’estrema sintesi di dettagli. La scena è quasi sempre deserta; non ci sono esseri umani inseriti nei paesaggi, urbani o rurali che siano; al più immagini di animali e piante nei collages; forse gli unici ancora capaci di comunicare tra loro;  e quando un essere umano appare, appartiene a una dimensione fantastica come quella mutuata dai romanzi della collana Urania. E sì, perché il “pianeta rosso” è anche Marte, cioè il luogo da cui provengono quegli extraterrestri che, pur non potendosi manifestare fisicamente, ci osservano e partecipano delle nostre attività quotidiane, chissà magari influenzandole.

Falconieri crea così una dimensione parallela a quella della realtà in cui normalmente siamo costretti a muoverci; il tempo in pianeta rosso non procede linearmente “da sinistra a destra come tutte le cose pensate o dette”: passato, presente e futuro sono tre dimensioni tutte contenute nel singolo istante presente; il tempo di pianeta rosso è fisso e materializzato in un un’istantanea; l’esecuzione stessa delle grandi tele è a volte rapida con superfici dipinte con la pennellessa.

È facile il riferimento a Edward Hopper cui Falconieri guarda con ammirazione e rispetto ritrovando nel linguaggio dell’artista americano una sintonia rivelatrice: “è come se guardassi una cosa che già conoscevo” dice Roberto parlando della prima volta che si è trovato di fronte a un quadro di Hopper. Chi non ricorda House by the railroad del 1925 conservato al MoMA di New York, “per quelle luci intense, tagliate da ombre nettissime, tanto sperimentate nelle incisioni; per quell’edificio solitario e misterioso, unica presenza, ma neppure in primo piano; per quella possibilità di una vita all’interno che si presume solo da qualche persiana alzata; per quella sospensione del tempo che esclude ogni possibilità di azione, eppure è denso di vita”, come scrive Orietta Rossi Pinelli.

Falconieri evade così, ma non in senso edonistico; evade allo stesso modo e con gli stessi mezzi del detenuto che con un cucchiaio scava giorno dopo giorno un varco nel muro della sua cella. Il cucchiaio di Falconieri è il pennello e il suo muro è la tela bianca sulla quale dipingere!