Piccola raccolta della memoria di Rosanna Ruscio

 

Tra le tentazioni più controverse e interessanti dell’arte contemporanea, quella del rapporto con la fotografia è senza dubbio la meno riconducibile al gioco teorico delle definizioni  concluse. Diversi dibattiti sono avvenuti e avvengono tutt’oggi intorno all’argomento con l’intenzione di offrire non tanto riposte quanto punti di vista. D’altro canto, gli artisti non si sono mai sottratti al rischio di perdere la loro identità quando si sono trovati ad assumere modelli fotografici per una definizione formale dell’opera. Lontano da queste paure, il rapporto tra pittura e fotografia è diventato uno scambio stimolante di ipotesi ed invenzioni artistiche. Se ne sono resi conto gli artisti dell’avanguardia storica, ma meglio ancora Gerard Richter che a partire dagli anni Sessanta, usava la fotografia per le sue pitture come un’immagine ritrovata e già pronta per l’uso, “ objet trouvé e ready-made” preciserebbe qualsiasi  studioso interessato alla storia [1].

Consapevole dell’importanza di questo avvicinamento estetico e di pratica, Roberto Falconieri ha scelto di avvalersi dell’invenzione pittorica e fotografica come doppio strumento di sperimentazione. Dentro questa sua dichiarata attrazione per l’immagine fotografica, ha lasciato crescere le analogie necessarie per esprimere una dimensione del reale non ancora visibile, una realtà sconosciuta che ancora vale la pena di indagare senza esitazione, come una preziosa traccia dell’interiorità.

La piena fiducia nella fotografia come mediatrice della memoria storico culturale, certamente non è cosa nuova, anche Aby Warburg preferiva affidarsi al materiale fotografico con l’intento didattico di illustrare migrazioni iconografiche di stili e motivi. Famoso è il suo motto “zum Bild das Wold” (la parola all’immagine), con cui era arrivato a riconoscere all’immagine l’immediatezza comunicativa della parola. Nel caso di Roberto Falconieri però la questione non è quella di voler costruire modelli di memoria culturale, piuttosto quella di preservare i ricordi vissuti o semplicemente ereditati da significative fotografie. Con il piccolo atlante di immagini esposte in questa mostra che comprende ritratti di famiglia, vedute urbane e sequenze di storie estratte dalla televisione, egli prova, sotto il segno di una misurata partecipazione, a creare un’immagine nuova, pittorica, restituendo così un senso al centro del suo mondo privato.

Gran parte delle opere hanno implicazioni autobiografiche, talvolta è lui stesso a fornire all’osservatore informazioni affettive sulle persone ed i luoghi rappresentati, ma spesso gli elementi di identificazione sono mancanti o volutamente ambigui. Persino i titoli dei dipinti recitano questa continua tensione verso i principi originari dell’esistenza, complessa e mutevole. E’ il caso di Sconosciuti (2002), il grande quadro dove l’artista raccoglie e cataloga i ritratti dei suoi professori, cancellando ogni riferimento nominale e dunque, anche la possibilità di affidarsi ad un’ unica lettura interpretativa delle immagini raffigurate.

Nella sua pittura i ricordi si intrecciano, il passato con il presente, i pensieri con le sensazioni, e così le tele diventano porzioni di qualcosa già visto ed esplorato. Non si può parlare di svagata espressività evocativa, piuttosto di concentrazione mnemonica che lentamente lo induce a riflettere intorno alle immagini. E’ in questo senso che va letto il lavoro sui paesaggi urbani, abitati da ferruginosi segni architettonici, desolate strade, monumenti spiati di sguincio di una Roma disabitata e silenziosa, ed è nel rispetto di questa mentalità premurosa di conservare ogni emozione visiva che avviene il recupero delle sequenze di alcuni cult movie, in cui l’artista individua la nascosta verità delle storie. “I peccati non si scontano in chiesa, si scontano per strada”, recita uno dei protagonisti del film di Martin Scorsese, ed ecco che la cruda scena pare concretizzarsi nel fotogramma intitolato Mean Streets (2004 ). La stessa freddezza comunicativa, risalta in Ultracorpi (2001), rivisitazione contrita e allucinata di una sequenza del film Invasione degli ultracorpi di Don Siegel (1956), dove Falconieri esemplifica il tragico epilogo di un’umanità in via di estinzione. Nel dipinto, la catena delle omologie ci avvicina ai percorsi segreti che uniscono le forme artistiche all’inconscio, costringendoci a riflettere sui possibili significati. La rinuncia all’uomo, poeticamente anticipata nei paesaggi urbani, trova qui una spiegazione che alimenta un inquietante sospetto: le figure che si vedono sulla tela sono corpi di uomini o baccelli di alieni, si tratta di fantasia o realtà, angosce riflesse o convinzioni profonde? Per fortuna l’ansietà provocata dai dubbi, viene presto smorzata dal ricordo dell’indimenticabile frase finale del film che recita urlando “You’re next”.

A Roberto Falconieri piace la libera associazione di pensiero, l’ambiguità psicologica. Le piste d’azione che egli segue si spostano costantemente dal perimetro intimo dell’infanzia all’area esterna della vita adulta, come se muovesse da un “dentro” a un “fuori” cercando sinestesie misteriose e sincere da suggerire. I suoi dipinti hanno spesso più piani d’appoggio pensati fin da principio per stare l’uno accanto all’altro, secondo l’ordine rigoroso dei tagli orizzontali o verticali. Ogni riquadro è una pulsione costipata, un dipanarsi di forme solide, ruvide e cupe, concepite frontalmente all’occhio dell’osservatore. Un eccesso, questo, che Falconieri non allenta mai, neppure quando realizza le facce corrugate di vecchi fabbricati o gli snodi della tangenziale romana. Ed è questo il punto di forza dell’artista, risalire ogni volta dalla condizione anteriore dell’immagine percepita nella sua frenetica intensità, alla sua contemplata visione, resa nel suo aspetto nitidamente pulito.

Il procedimento di Falconieri corrisponde ad un desiderio interno del colore, ad una fermentazione silente dei propri impulsi immaginativi, qualcosa che aggredisce lo spettatore e al tempo stesso resta incompiuto allo sguardo dell’artista.

Le tinte sono scure, ma talvolta si rischiarano di gamme ocra, verdi e rosate. La materia è una mescolanza di larghe stesure e segni grumosi, compatte cromie e fitte trame di linee che stanno attaccate alle cose come fossero pelle. Forme dilatate che si offrono senza retorica, sospese e asciutte, nella tecnica mista del pastello e dell’olio, applicata lentamente sulla superficie senza lesinare nel colore e nel tempo di stesura.

Le opere di Roberto Falconieri giocano su una forte e controllata eccitazione, sulla volontà sincera di far nascere cose che nonostante l’apparenza non riconducono al reale, bensì  ad  una fantasmagoria interiore. E così, mentre compone la formalità delle sue opere, l’artista trova anche le risposte più adeguate al proprio erotismo d’immagine, una turbolenza di curve e diagonali che si appropriano della superficie dipingendola in ogni punto, senza vuoti e pause, anche laddove la pittura dilaga muta, senza appigli riconoscibili di uomini o cose.

 

[1] Cristina Baldacci, Il duplice volto dell’Atlas di Gerhard Richter, in “Leitmotiv”, n.4, 2004, pp.207-224